Articolo sulla violenza di genere ed il CTM su TPI – The Post Internazionale

Articolo pubblicato in data 29 Agosto, di Anna Ditta per TPI – The Post Internazionale. Nell’articolo le testimonianze di due uomini che si sono rivolti al Centro Trattamento Maltrattanti di Forlì ed alcune informazioni sul nostro servizio.

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“Ho avuto comportamenti di violenza fisica, verbale e psicologica soprattutto contro ex compagne e fidanzate, ma anche nei confronti di mia madre e di mio padre. A un certo punto c’è stata la ribellione nei confronti di chi maldestramente mi ha introdotto, sicuramente senza volerlo, a questi atteggiamenti”.

Gaetano ha 40 anni e vive in Romagna, in un comune vicino Forlì. “Faccio questa intervista perché mi auguro sia veramente utile, fosse anche solo per una persona”, chiarisce al telefono, dopo aver accettato di raccontare la sua storia a TPI.

Continua…

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Articolo “Stalking e Cyberstalking: come inizia una persecuzione?” su AnconaToday.it

Articolo di Andrea Montesi, psicologo referente per il CTM dell’area stalking, sulla testata online AnconaToday.it

Link all’articolo originale: http://www.anconatoday.it/blog/psicologia-della-notizia/stalking-cyberstalking-maggio-2016.html

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Tutti noi sogniamo. Non intendo i sogni che si fanno ad occhi aperti, o  i desideri che vorremmo realizzare. Intendo il sogno che nasce dal sonno, dal ristoro fisico e mentale necessario al nostro sopravvivere. Nelle ore in cui dormiamo, il nostro cervello crea nuovi mondi, a volte incomprensibili, rielaborando immagini ed episodi che ci sono accaduti durante la giornata, oppure dando una forma (a volte astratta e metafisica, altre volte comprensibile e chiara) ad emozioni che abbiamo vissuto nel nostro quotidiano, oppure collegando informazioni, relazioni ed emozioni di cui non siamo consapevoli durante le ore di veglia.  A volte si sogna di cadere o di volare, altre volte ci fa visita il nostro sogno ricorrente, il quale non vuole svelare i suoi significati o il messaggio che da tempo vorrebbe condividere con noi. Altre volte siamo in realtà paradisiache, piacevoli ed estasianti, ma capita anche di essere catapultati in sogni terribili, ansiosi, in cui si cerca una via di fuga senza trovarla, in cui gli scenari cambiano, ma quella sensazione di essere rincorsi, braccati, in fuga da qualcuno o qualcosa non ci abbandona ed anzi, è legata al nostro sogno come un odore impregnato nei tessuti delle nostre vesta. Spesso al nostro risveglio, i sogni svaniscono, come non fossero mai esistiti, non si ricordano, rimane una flebile traccia che con il passare delle ore scompare. Oppure rimangono, e magari segnano la nostra giornata, non si può non pensarci: è qualcosa di presente ma intangibile.

E proprio come nel sogno (incubo) in cui si fugge, si è terrorizzati e spaesati, che vive chi è vittima dello stalking e del cyberstalking: una percezione di intangibile paura ed ansia per la propria incolumità e quella dei propri cari, che attanaglia lo stomaco e la mente, che fa vivere la vittima in un specie di sospensione.

La sensazione di essere braccati, controllati, seguiti e perseguitati da uno stalker che si apposta, pedina e invade lo spazio privato, intimo e sociale della vittima, è qualcosa che, come nel sogno, non permette di dar un senso e un significato compiuto a ciò che sta succedendo, soprattutto nella fase iniziale della persecuzione. Perché  la vittima è “incosciente” di ciò che le sta accadendo, nel senso che non ha coscienza di ciò che una relazione (d’amore o amicizia, ma anche di lavoro o studio) sta muovendo i passi per divenire una relazione “tossica” e disfunzionale, sia nel mondo reale (stalking) e nel mondo virtuale (cyberstalkig), o in forma mista, che racchiude entrambe le tipologie.

Ma come inizia una persecuzione di uno stalker o cyberstalking? Dove troviamo i padroni di questo malessere? Perché una persona decide di ricoprire questo ruolo così intimidatorio (e a volte anche violento, non solo a livello psicologico, ma anche fisico)?

Prima cosa da tenere a  mente è che lo stalking non è un fenomeno omogeno e lo stalker è un individuo, e come tale è unico e differente da qualsiasi altra persona, così come i comportamenti che mette in atto e le motivazioni che guidano tali azioni. Ma, i casi che maggiormente ricorrono, sono: lo stalker nasce nel momento in cui un amore finisce (oppure una persona innamorata di un’altra subisce un rifiuto da quest’ultima). Una relazione fra due persone cessa di esistere, ed una delle due non può, non vuole o non riesce a rinunciare all’altra, non ha le capacità cognitive ed emotive per gestire il senso di abbandono, di rifiuto e di solitudine che derivano dalla separazione. E allora continua a portare avanti la relazione “unilateralmente”, vivendo nel ricordo della coppia, seguendo la vittima, appostandosi e pedinandola, facendosi trovare nei luoghi che frequenta, intervenendo nella sua vita privata con telefonate, messaggi, email e contatti sulle piattaforme social, per esprimere ancora il suo “amore”, la sua necessità di star con l’altra persona, di non poter vivere senza (e di conseguenza, neanche la vittima deve e può vivere senza quel partner diventato stalker). Ancora, lo stalking può derivare da una persona che si reputa un’amico/a, da un compagno/a di studi o da un/una collega, il quale non percepisce la relazione come tale, e che in seguito ad un rifiuto, o per paura del rifiuto e della conseguente rabbia che ne può derivare, per mancanza di fiducia e capacità in se stesso/a si tramuta in persecutore.

Ma lo stalker può anche divenire tale non in seguito ad una relazione reale, ma bensì in seguito a fantasie proprie ed “immaginate”, che non esistono nel mondo vero. Invia regali e messaggi d’amore alla vittima (che con il tempo possono diventare di minaccia), conosce i suoi spostamenti e la segue, tendenzialmente evita il contatto e rimane nascosto, appostato, ipotizzando e bramando la relazione con la vittima.

Inoltre, lo stalking può espandersi e minare la vita della vittima nella sua parte web, social, virtuale mediante il cyberstalking. Questo nasce come componente on-line di azioni di stalking già presenti nella realtà, costituito da una serie di insulti e infamie inviate pubblicamente o in privato (pensiamo alla bacheca di Facebook, o ai messaggi privati di Messanger o WhatsApp, etc..), può consistere nell’inviare una quantità spropositata di email e messaggi d’amore o di minacce, fino a cercare di rubare e accedere all’identità nel web della vittima. Tutto ciò al fine di minare totalmente gli ambiti della vita privata della vittima. E le motivazioni che spingono i cyberstalker a realizzare tali comportamenti sono sovrapponibili a quelli applicati nello stalking. Altresì, il cyberstalking può essere reale sono nel mondo virtuale, senza una conseguenza nel mondo fisico per la vittima, ma ciò non significa che la sensazione di inquietudine, paura e disagio psicologico sia attenuato e minore in confronto allo stalking.

L’inizio dello stalking e del cyberstalking, il comprendere che una relazione di qualsiasi genere si stia tramutando in una situazione pericolosa, è probabilmente il momento più difficoltoso per la vittima, in quanto sulle prime non riesce a realizzare cosa effettivamente stia accadendo, e successivamente deve trovare la necessaria forza per reagire e chiedere aiuto.

Dott.  Andrea Montesi – psicologo del lavoro e delle organizzazioni, referente IPSE Ancona, docente di ergonomia e antropometria alla Poliarte di Ancona, cofondatore CTM Forlì

 

Lo spettacolo/laboratorio “Illusioni, amore e colpa” su Lavoratore Sociale

La rivista “Lavoratore Sociale” edita da Erickson, pubblica come buona prassi un resoconto dello spettacolo/laboratorio teatrale “Illusioni, Amore e Colpa“, curato da Giolli Coop. Soc. di Parma e proposto alla cittadinanza forlivese già nello scorso anno con il supporto del Centro Donna e CTM di Forlì.

Ricordiamo che l’esperienza verrà riproposta contestualmente alla rassegna di iniziative #LUOGHICOMUNI (sostenuta dall’Assessorato alle Pari Opportunità e dal Centro Donna di Forlì) Sabato 28 Novembre alle ore 17:30 presso la Fabbrica delle Candele (mappa).

lavoro sociale

Link all’articolo originale

Illusioni amore colpa

Uno spettacolo teatrale sul tema della violenza di genere che coinvolge anche gli spettatori con la metodologia partecipativa

Andrea Spada e gli altri operatori del Servizio Politiche di Welfare del Comune di Forlì presentano alcune iniziative di sensibilizzazione sul tema della violenza di genere

Le azioni di violenza nei confronti delle donne, dei minori o degli anziani sono tristemente all’ordine del giorno. Soltanto nel nostro Paese una donna su tre afferma di essere stata vittima di un tentativo di stupro o di una violenza fisica, più spesso ad opera del proprio partner ma anche da parte di sconosciuti. Questi dati allarmanti fanno riferimento soprattutto alla ricerca Istat del 2014 che però ferma il campione rappresentativo alle donne dai 16 a 70 anni.

Secondo alcuni studi poi il background dei violenti è piuttosto tipico e ben delineato: generalmente, si tratta di soggetti che da bambini sono cresciuti in famiglie gerarchizzate in cui loro per primi hanno subito violenze da parte di genitori, divenendo così frustrati e profondamente incapaci di gestire le reazioni emotive.
A volte però sembra che il cercare la componente di diversità nella persona, come una sorta di “deformità personologica”, ci possa aiutare ad allontanare dalla nostra mente l’ipotesi che questo uomo, che ha commesso violenza, sia uguale a noi. Il fatto che fino al giorno prima possa essere “circolato” senza difficoltà davanti ai nostri occhi diviene incredibile per la nostra mente; ci aspettiamo, anzi ostinatamente vogliamo, nel leggere la notizia della ennesima violenza, che questi uomini abbiano caratteristiche morali, sociali, razziali diverse dalle nostre ed in questo modo giustificare gli avvenimenti.
Occorre invece considerare il fenomeno dalla parte più profonda, anche relativamente ai vissuti che ognuno prova relativamente al concetto di “violenza”, per poter affrontare le problematica in modo più adeguato, inserendo, in questa logica, anche l’intervento terapeutico specifico per il maschio autore di violenza. Infatti l’opera di prevenzione nei confronti della violenza di genere, se agita solo nei confronti delle donne vittime di violenza risulta una azione a metà. Occorre operare anche nei confronti di chi ha agito violenza, perché è anche con questa tipologia di interventi che è possibile diminuire il tasso di recidiva.
La persona che agisce violenza, nello specifico quella di genere, da una parte deve giustamente subire le conseguenze legali del suo atto, ma da un’altra è una persona, un soggetto che può affrontare il problema per risolverlo e prevenire altre manifestazioni.

Gli operatori del CTM (Centro Trattamento Uomini Maltrattanti di Forlì, servizio di DELFI ASSOCIAZIONE CULTURALE, operativo nel settore dal 2012) Continua a leggere “Lo spettacolo/laboratorio “Illusioni, amore e colpa” su Lavoratore Sociale”

Articolo sulle molestie sessuali su Anconatoday.it

Pubblicato da Ancona Today in data 1 Settembre 2015 un articolo a firma di Andrea Montesi (psicologo e referente area stalking del CTM di Forlì, info) dal titolo “Molestie ed avances, che cosa prova la vittima” (link all’articolo originale).

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Molestie ed avances, che cosa prova una vittima – Blog

E’ stato recentemente riportato dai quotidiani l’ennesimo caso di molestie da parte di un uomo (nel caso specifico di un ragazzo), nei confronti di due ragazze, avvenuto nella città di Ancona. Ciò è avvenuto a tarda notte, in un parcheggio, dopo un pedinamento effettuato dal ragazzo ai danni delle due, lungo il tragitto che portavano le ragazze a riprendere l’auto per rincasare. Questo appena descritto è solo l’ultima delle tante notizie che riguardano tali episodi.

Ma chi è il molestatore? Quale è il suo scopo? Il molestatore è una persona che mira ad instaurare un rapporto, spesso non desiderato dalla vittima, mediante atteggiamenti che invadono l’intimità della persona a cui sono rivolti. Tendenzialmente, tali comportamenti, sono supportati da un linguaggio scurrile e arrogante che viene percepito come intimidatorio e minacciatorio da coloro che lo subiscono. La motivazione che spinge il molestatore a ottenere le attenzioni prima e la persona poi, sono scopi ben precisi, tendenzialmente di natura erotico-sessuale, oppure intimidatoria, al fine di ottenere quella sensazione di dominanza e superiorità che deriva dalla paura percepita dalla vittima. A volte tali atteggiamenti possono dipendere, o venir ampliati, dall’uso e abuso di sostanze o da alcool.

Ma non sempre ciò è la base dei comportamenti molestatori. Ma tale categorie di persone, hanno un notevole riscontro anche nel web e nei social network. L’accesso costante, tramite apposite piattaforme social, in cui si possono caricare pensieri, foto, emozioni, etc.. permette al molestatore di scrutare nella vita privata della vittima prima e interferirvi poi tramite pressioni, commenti e avances indesiderate. Portato all’estremo il molestatore può essere annoverato come stalker se queste comunicazioni intrusive e non desiderate e intimidatorie, vengono ripetute nel tempo con una certa costanza.

Ma il molestatore non è il solo protagonista di questi episodi, c’è anche la vittima. Ma cos’è che spaventa delle molestie e delle avances? E’ la percezione di invasione di propri spazi vitali, l’intromissione di persone altre, indesiderate? O sono i modi, la violenza e le parole di chi molesta che creano nelle vittime l’allarme, la paura e l’angoscia?  La percezione della vittima è la somma di tutto ciò, ed i comportamenti subiti sono percepiti come invadenti e sgraditi, vissuti come minaccia alla propria persona e libertà, di paura per ciò che sta accadendo, anche perchè tali sentimenti sono legati ad un senso di smarrimento e di ansia, che non rende sempre la vittima in grado di reagire celermente per liberarsi di queste sgradite attenzioni.

Andrea Montesi – Psicologo del Lavoro, Referente IPSE  – Ancona; Fondatore CTM di Forlì
Contatta gli psicologi dell’IPSE Ancona! Scrivi a: ipse@poliarte.org

CTM citato su Forlì Today

Il Centro Trattamento Uomini Maltrattanti di Forlì è menzionato in un articolo di Forlì Today del 12 Giugno 2014 dal titolo “Carcere di Forlì, in diminuzione il numero dei detenuti. Nel 2017 la nuova struttura” che riportiamo di seguito.

L’articolo originale è consultabile al link www.forlitoday.it/cronaca/carcere-forli-situazione-2014-visita-garante-desi-bruno.html

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Carcere di Forlì, in diminuzione il numero dei detenuti. Nel 2017 la nuova struttura

Meno detenuti, più libertà grazie al regime ‘celle aperte’, più spazio in ogni cella, un buon dialogo con l’amministrazione penitenziaria mentre rimangono difficoltà nei rapporti con la magistratura di sorveglianza: il tutto, in attesa di una nuova struttura prevista per il 2017. Nei giorni scorsi, Desi Bruno, Garante regionale delle persone sottoposte a limitazioni della libertà personale, ha visitato la struttura penitenziaria di Forlì, verificando che il numero dei detenuti presenti, 135 divisi tra 111 uomini e 24 donne, ha subito una riduzione: erano infatti 157 quelli presenti al sopralluogo del dicembre scorso.

Quelli con condanna definitiva sono 60, meno degli imputati, che sono 75: un detenuto su quattro è tossicodipendente. Gli stranieri sono 63, otto i detenuti ammessi a lavorare all’esterno su indicazione della direzione dell’istituto. 23, infine, i detenuti cosiddetti ‘protetti’, collocati in apposite sezioni separate dalle altre, in ragione di un reato a sfondo sessuale e di problemi relazionali e di convivenza legati a chiamate in correità, collaborazioni marginali, appartenenza a Forze dell’ordine. Pienamente operativo il regime a celle aperte, con i tutti i detenuti che hanno la possibilità di rimanere all’esterno della cella per almeno otto ore al giorno; dal mese di aprile è intervenuta l’applicazione del regime aperto anche alle sezioni femminili.

Criticità di ordine strutturale, evidenzia la Garante, “sono legate alla anzianità della struttura del carcere, i cui ambienti non risultano pienamente congrui, sebbene, dal punto di vista della metratura a disposizione dei detenuti, vengano garantiti almeno tre metri quadri liberi da suppellettili a testa. Particolare cura è stata dedicata agli interni, con gli ambienti tinteggiati in vari colori, anche grazie al contributo del lavoro dei detenuti. Di certo maggiormente adeguati, dal punto di vista degli spazi e della luminosità, risulteranno gli ambienti del nuovo carcere (il trasferimento dovrebbe avvenire in un’area periferica della città e, secondo gli ultimi aggiornamenti, sarà nel 2017)”.

Nel corso dei colloqui che la Garante ha avuto modo di effettuare con i detenuti, è emerso a più riprese “come dato saliente il riconoscimento da parte della popolazione detenuta dell’attenzione e della predisposizione al dialogo che la direzione e gli operatori dell’Amministrazione penitenziaria quotidianamente dimostrano, agevolando la convivenza ed aiutando a prevenire situazioni di tensione, anche risultando evidente che un contesto caratterizzato da numeri ridotti favorisce l’attenzione nei confronti delle persone. Il clima positivo- sottolinea sempre l’ufficio del Garante- risulta anche dal dato recente fornito dalla direzione, secondo il quale nell’ultimo mese non sarebbe stati mossi rilievi di ordine disciplinare alla popolazione detenuta”.

Nel corso dei colloqui effettuati, “i detenuti hanno lamentato, per quanto riguarda i rapporti con la magistratura di sorveglianza, lunghi tempi di attesa per le risposte, con riferimento in particolare ai provvedimenti relativi alla fissazione delle camere di consiglio per la concessione delle misure alternative, ai permessi e alla liberazione anticipata. Permane in ogni caso la necessità di procedere all’integrazione dell’organico della Polizia penitenziaria, quantomeno nell’ordine di qualche decina di operatori”.

Continua l’analisi: “Ancora chiusa la sezione a custodia attenuata per persone tossicodipendenti, con l’Ausl di Forlì che,  nel verbale predisposto a seguito del recente sopralluogo al plesso penitenziario del 25 marzo, ha riferito che i problemi che avevano comportato la chiusura della sezione sono stati superati, ma è ancora necessario, al fine della riapertura e della piena fruibilità, raggiungere le condizioni igieniche minime con la manutenzione dell’impianto di riscaldamento, delle docce, con la tinteggiatura dei locali e un’accurata pulizia di tutti gli ambienti e con il completamento della manutenzione dei vani destinati a cucina. L’edificio era stato interessato dal crollo di una falda del tetto che poi è stato ripristinato: il sottotetto, interessato da una nutrita colonia di volatili, poi allontanati, è stato disinfestato”.

Di “notevole valenza trattamentale” la collaborazione in atto con il Centro per uomini maltrattanti di Forlì: la sperimentazione è rivolta agli autori di reati sessuali che, nella fase che precede le dimissioni, con attività di gruppo dedicate ai sex-offender, vengono presi in carico in carcere, anche verificando la possibilità e/o la disponibilità dello sviluppo di un programma territoriale una volta usciti.

Intervista a Daniele Vasari su QuestoTrentino

Il mensile di informazione ed approfondimento QuestoTrentino.it pubblica i risultati di un’indagine di opinione svolta tra uomini trentini sulla percezione del fenomeno della violenza di genere.

In una sezione dal titolo “Quando l’uomo violento va in cura” l’intervista al Dott. Daniele Vasari, responsabile scientifico del Centro Trattamento Maltrattanti di Forlì.

Link all’articolo originale

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Quando l’uomo violento va in cura

Daniele Vasari

Un poster alla parete mostra una donna rannicchiata, con un uomo sullo sfondo. Una frase mi rimbomba nitida: “Qui abbiamo i vetri antiproiettile!”. Immagini dal centro antiviolenza di Trento, che varcai parecchi anni fa per un’altra inchiesta. Oggi, proprio grazie a questi centri, si è spostato lo sguardo sul maschio da curare.

Franco, un cinquantenne separato con un buon lavoro, ha deciso di mettersi in discussione, iniziando un percorso di rieducazione con il progetto “Lato oscuro” del centro White Dove di Genova. “Non ho mai tollerato ingiustizie o angherie, – spiega Franco – eppure sono un maschio violento. Ho una biografia difficile dove la violenza non è mancata. Ho introiettato modelli sbagliati, iniziando da mio padre che alzava le mani, poi il mio insegnante piuttosto manesco, infine ho subìto qualche abuso da ragazzi più maturi di me”.

Pure Livio, un giovane impiegato, padre di un bimbo piccolo, frequenta il centro da parecchi mesi. Anche la sua storia si riannoda a trascorsi educativi difficili. “Ho sempre avuto un carattere irascibile, – chiarisce Livio – ma non la vedevo come una cosa negativa, perché in famiglia le mani si alzavano senza problemi. Durante i conflitti con mia moglie io urlavo e lei, invece di star zitta, reagiva. Così per farla tacere ho iniziato a sfogarmi fisicamente spaccando ogni oggetto che mi capitava fra le mani”.

Livio e Franco, dopo aver toccato il fondo, hanno capito che la violenza rovina anche la loro persona. Ma sono ancora pochi gli uomini che approdano a questi centri d’aiuto.

“Il mio sogno è vedere molte case ove i maschi possano curarsi. Oggi è la donna che abbandona il tetto perché il marito la picchia. Se cominciasse lui a sentire il vuoto degli affetti affronterebbe prima il problema”. Così esordisce Daniele Vasari, psicoterapeuta e coordinatore del Centro Trattamento Maltrattanti di Forlì. Ho bussato alla sua porta per capire cosa ribolle in questi servizi di cura che stanno germogliando in varie regioni italiane del centro nord.

Quanto è labile il confine tra l’uomo violento e non violento?

“Centri di questo tipo in America sono stati fondati fin dagli anni 70, grazie ai movimenti femministi. Nei paesi nord europei c’è una legge che obbliga l’uomo a questi trattamenti. Qui il problema per molto tempo non l’abbiamo sentito per i nostri retaggi culturali. Manca chiarezza sulla definizione di gesto violento. Altrove lo schiaffo alla moglie o al bimbo è visto come aggressione. Da noi c’è più accettazione. Il padre nella cultura latina aveva il diritto di picchiare moglie e figli a scopo educativo e questo concetto permane tuttora. In Italia non abbiamo lavorato sulla cultura di genere e il femminicidio è attribuito al disoccupato o all’uomo che uccide perché amava troppo. Così il maschio prende le distanze da questa realtà. Alcune ricerche dicono che l’Italia ha numeri contenuti nella violenza rispetto ad altri paesi; io penso invece che si sia denunciato meno. Si pensi che il delitto d’onore fu abrogato solo nell’81. La violenza comunque non ha solo radici culturali, ma tante sfaccettature. Subentrano l’intolleranza alla frustrazione, l’incapacità di raggiungere un successo personale, il controllo dell’altro per raggiungere sicurezze interne. Nei giovani colgo spesso il senso del possesso: ‘Mia o di nessun altro’”.

Come si cura un uomo violento e quali sentimenti affiorano?

“Non dobbiamo considerare l’uomo violento come patologico, altrimenti questi centri non avrebbero motivo di esistere. La violenza è un atteggiamento sbagliato da modificare. C’è chi approda qui per curiosità, altri spinti dalla moglie o dall’avvocato. Alcuni arrivano al culmine della disperazione con un senso di colpa e lasciano dopo poche sedute, quando vedono che la compagna riprende la quotidianità. Quelli che arrivano volontariamente sono motivati e sanno definire la violenza. Chi invece arriva dal carcere solitamente non vuole impegnarsi, vedendo nella prigione l’espiazione della colpa. Spesso il senso di vergogna porta gli uomini a chiudersi, alcuni chiamano quando si rendono conto che il matrimonio è naufragato. Io lavoro sulla gestione delle loro emozioni. Quello che stai facendo non è colpa della moglie, sei tu che non riesci a gestire la rabbia, la frustrazione, i fallimenti. La responsabilità del gesto è fondamentale. Una frase che spesso gli uomini dicono è: ‘Non so quello che mi succede, mi si è spenta la luce’. Magari quel gesto l’hanno sempre fatto, ma iniziano a pensare che non sia più giusto, perché sentono che prende il sopravvento. Io chiedo ai pazienti cosa provano dopo la violenza, di rivedere il loro volto e quello della compagna. E in lei vedono la paura”.