Articolo sulla violenza di genere ed il CTM su TPI – The Post Internazionale

Articolo pubblicato in data 29 Agosto, di Anna Ditta per TPI – The Post Internazionale. Nell’articolo le testimonianze di due uomini che si sono rivolti al Centro Trattamento Maltrattanti di Forlì ed alcune informazioni sul nostro servizio.

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“Ho avuto comportamenti di violenza fisica, verbale e psicologica soprattutto contro ex compagne e fidanzate, ma anche nei confronti di mia madre e di mio padre. A un certo punto c’è stata la ribellione nei confronti di chi maldestramente mi ha introdotto, sicuramente senza volerlo, a questi atteggiamenti”.

Gaetano ha 40 anni e vive in Romagna, in un comune vicino Forlì. “Faccio questa intervista perché mi auguro sia veramente utile, fosse anche solo per una persona”, chiarisce al telefono, dopo aver accettato di raccontare la sua storia a TPI.

Continua…

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CTM a Radio Italia Vision Ravenna

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Lunedì 26 Settembre 2016 i professionisti del Centro Trattamento Uomini Maltrattanti di Forlì, Andrea Spada e Michele Piga, sono stati ospiti di Radio Italia Vision a Ravenna durante la trasmissione Tra Palco e Realtà condotta da Gabriele Rambelli, per parlare di violenza di genere.

Proponiamo di seguito il video della puntata

CTM Forlì ospite ad UnoMattina, Rai1 Mercoledì 30 Ottobre

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Mercoledì 30 Ottobre il responsabile tecnico scientifico del Centro Trattamento Uomini Maltrattanti di Forlì Daniele Vasari è stato ospite del programma mattutino di Rai1 UnoMattina, per parlare di femminicidio e percorsi dedicati agli autori di violenza di genere.

Ospiti in studio Dacia Maraini, autrice letteraria e teatrale, e la Dott.ssa Gabriella Tambone, psicologa/psicoterapeuta del Telefono Rosa di Roma (sito ufficiale).

Guarda l’intervento (dal minuto 11:35 a 23:25)
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-edbe6c90-8439-4c02-af93-decfa8494d49.html

Intervista a Daniele Vasari su QuestoTrentino

Il mensile di informazione ed approfondimento QuestoTrentino.it pubblica i risultati di un’indagine di opinione svolta tra uomini trentini sulla percezione del fenomeno della violenza di genere.

In una sezione dal titolo “Quando l’uomo violento va in cura” l’intervista al Dott. Daniele Vasari, responsabile scientifico del Centro Trattamento Maltrattanti di Forlì.

Link all’articolo originale

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Quando l’uomo violento va in cura

Daniele Vasari

Un poster alla parete mostra una donna rannicchiata, con un uomo sullo sfondo. Una frase mi rimbomba nitida: “Qui abbiamo i vetri antiproiettile!”. Immagini dal centro antiviolenza di Trento, che varcai parecchi anni fa per un’altra inchiesta. Oggi, proprio grazie a questi centri, si è spostato lo sguardo sul maschio da curare.

Franco, un cinquantenne separato con un buon lavoro, ha deciso di mettersi in discussione, iniziando un percorso di rieducazione con il progetto “Lato oscuro” del centro White Dove di Genova. “Non ho mai tollerato ingiustizie o angherie, – spiega Franco – eppure sono un maschio violento. Ho una biografia difficile dove la violenza non è mancata. Ho introiettato modelli sbagliati, iniziando da mio padre che alzava le mani, poi il mio insegnante piuttosto manesco, infine ho subìto qualche abuso da ragazzi più maturi di me”.

Pure Livio, un giovane impiegato, padre di un bimbo piccolo, frequenta il centro da parecchi mesi. Anche la sua storia si riannoda a trascorsi educativi difficili. “Ho sempre avuto un carattere irascibile, – chiarisce Livio – ma non la vedevo come una cosa negativa, perché in famiglia le mani si alzavano senza problemi. Durante i conflitti con mia moglie io urlavo e lei, invece di star zitta, reagiva. Così per farla tacere ho iniziato a sfogarmi fisicamente spaccando ogni oggetto che mi capitava fra le mani”.

Livio e Franco, dopo aver toccato il fondo, hanno capito che la violenza rovina anche la loro persona. Ma sono ancora pochi gli uomini che approdano a questi centri d’aiuto.

“Il mio sogno è vedere molte case ove i maschi possano curarsi. Oggi è la donna che abbandona il tetto perché il marito la picchia. Se cominciasse lui a sentire il vuoto degli affetti affronterebbe prima il problema”. Così esordisce Daniele Vasari, psicoterapeuta e coordinatore del Centro Trattamento Maltrattanti di Forlì. Ho bussato alla sua porta per capire cosa ribolle in questi servizi di cura che stanno germogliando in varie regioni italiane del centro nord.

Quanto è labile il confine tra l’uomo violento e non violento?

“Centri di questo tipo in America sono stati fondati fin dagli anni 70, grazie ai movimenti femministi. Nei paesi nord europei c’è una legge che obbliga l’uomo a questi trattamenti. Qui il problema per molto tempo non l’abbiamo sentito per i nostri retaggi culturali. Manca chiarezza sulla definizione di gesto violento. Altrove lo schiaffo alla moglie o al bimbo è visto come aggressione. Da noi c’è più accettazione. Il padre nella cultura latina aveva il diritto di picchiare moglie e figli a scopo educativo e questo concetto permane tuttora. In Italia non abbiamo lavorato sulla cultura di genere e il femminicidio è attribuito al disoccupato o all’uomo che uccide perché amava troppo. Così il maschio prende le distanze da questa realtà. Alcune ricerche dicono che l’Italia ha numeri contenuti nella violenza rispetto ad altri paesi; io penso invece che si sia denunciato meno. Si pensi che il delitto d’onore fu abrogato solo nell’81. La violenza comunque non ha solo radici culturali, ma tante sfaccettature. Subentrano l’intolleranza alla frustrazione, l’incapacità di raggiungere un successo personale, il controllo dell’altro per raggiungere sicurezze interne. Nei giovani colgo spesso il senso del possesso: ‘Mia o di nessun altro’”.

Come si cura un uomo violento e quali sentimenti affiorano?

“Non dobbiamo considerare l’uomo violento come patologico, altrimenti questi centri non avrebbero motivo di esistere. La violenza è un atteggiamento sbagliato da modificare. C’è chi approda qui per curiosità, altri spinti dalla moglie o dall’avvocato. Alcuni arrivano al culmine della disperazione con un senso di colpa e lasciano dopo poche sedute, quando vedono che la compagna riprende la quotidianità. Quelli che arrivano volontariamente sono motivati e sanno definire la violenza. Chi invece arriva dal carcere solitamente non vuole impegnarsi, vedendo nella prigione l’espiazione della colpa. Spesso il senso di vergogna porta gli uomini a chiudersi, alcuni chiamano quando si rendono conto che il matrimonio è naufragato. Io lavoro sulla gestione delle loro emozioni. Quello che stai facendo non è colpa della moglie, sei tu che non riesci a gestire la rabbia, la frustrazione, i fallimenti. La responsabilità del gesto è fondamentale. Una frase che spesso gli uomini dicono è: ‘Non so quello che mi succede, mi si è spenta la luce’. Magari quel gesto l’hanno sempre fatto, ma iniziano a pensare che non sia più giusto, perché sentono che prende il sopravvento. Io chiedo ai pazienti cosa provano dopo la violenza, di rivedere il loro volto e quello della compagna. E in lei vedono la paura”.

Articolo sui centri emiliano-romagnoli dedicati a uomini autori di violenza su RedattoreSociale.it

Nell’articolo di Irene Leonardi su Redattore Sociale del 22 Novembre si parla dei centri dedicati ad uomini con problemi di violenza in Emilia-Romagna. In chiusura di articolo le dichiarazioni del responsabile scientifico del CTM di Forlì, Dott. Daniele Vasari.

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Uomini violenti: nei centri numeri bassi e utenti poco consapevoli
In Italia sono 15 i centri per uomini maltrattanti. Emilia Romagna. in 2 anni sono 83 gli uomini seguiti dai 4 centri presenti a Modena, Ferrara, Rimini e Forlì. Pochi quelli che si presentano volontariamente. Così come quelli che terminano il percorso.
Violenza e maltrattamento sulle donne: è il caso di intervenire sugli uomini. In Italia sono 15 centri per uomini maltrattanti, suddivisi nel territorio di tutta la penisola, a esclusione del Meridione (l’ultimo sulla cartina geografica dello Stivale è, infatti, a Roma). In Emilia-Romagna negli ultimi 2 anni ne sono nati 4 a Modena, Ferrara, Rimini e Forlì. L’obiettivo dei centri è dunque quello di eliminare la violenza maschile sulle donne, e, stando alle testimonianze di Francesco e Giovanni, tutto può cambiare. “Mi arrabbio ancora – tutti si arrabbiano – ma non me la prendo più con mia moglie”, dice il primo, mentre l’altro, che non è comunque riuscito a salvare il suo matrimonio sa che adesso “i miei figli non hanno più paura di me e mia moglie si fida a lasciarmeli”. I numeri dei centri però non sono proprio confortanti, soprattutto se messi a confronto con il numero di donne che ogni anno accede ai centri antiviolenza (oltre 2.400 nei primi 10 mesi del 2013 in regione), gli uomini in trattamento sono pochi (circa 83) e, a detta di tutti, bisogna intervenire sulla cultura degli uomini e lavorare affinché acquisiscano la consapevolezza che la violenza è un problema. Sono questi, infatti, i fattori che accomunano tutti centri della regione.
Sono 60 gli uomini seguiti finora a Modena dal centro “Liberiamoci dalla violenza”, primo in Italia a ricevere dei contributi pubblici. Il centro è nato nel 2011 in collaborazione con la Usl e ha ospitato tutti uomini che si sono autocandidati. Tra il dicembre 2011 e l’ottobre 2013 il centro è stato contattato da 254 persone, di cui 86 uomini per informazioni e 40 donne per inviare il marito. “Seguiamo un modello norvegese (il personale tutto al maschile, è stato formato all’Alternative To Violence di Oslo, ndr) – spiega Monica Dotti, responsabile di Ldv – che prevede step ben precisi da seguire, partendo dal presupposto che sia l’uomo in prima persona a chiedere aiuto in modo autonomo”. Il percorso prevede incontri di gruppo o singoli (o entrambi) e, una volta concluso, due follow up, cioè controlli periodici programmati, per verificare se si presentano ancora comportamenti violenti. In 13 hanno concluso il trattamento. “A oggi nessuno ha terminato il percorso con i due riscontri, ma, stando ai numeri norvegesi, solo il 15 per cento degli uomini seguiti è recidivo”. Quest’anno il centro, che ha all’attivo 3 psicoterapeuti, segue 25 uomini (di cui 3 stranieri), di età compresa tra i 27 e i 65 anni e ne ha già 5 in lista d’attesa. I dati però, nonostante siano i più alti di tutti, non sembrano essere convincenti. “Il numero di uomini che ci chiede aiuto è rimasto costante negli anni, non abbiamo mai registrato un incremento o particolari picchi, ma, sicuramente, sono sempre troppo pochi rispetto a coloro che commettono violenza”, conclude Dotti.
Differente invece, la situazione al centro d’ascolto Uomini maltrattanti di Ferrara dove, a essere accolti, sono stati in 10 (poco più di 20 i contatti in totale). “Numeri di cui non siamo soddisfatti – spiega lo psicoterapeuta Nicola Corazzari – Dieci è un numero importante se si pensa che lavoriamo su qualcosa che, di fatto, ancora non è riconosciuto, ma sono troppo pochi rispetto a quelli che effettivamente fanno violenza”. Il centro, che nasce a marzo 2013 come costola di quello di Firenze (primo in tutta Italia), si avvale dell’aiuto di un’equipe di 8 persone che lavora giornalmente offrendo sostegno psicologico sia individuale che di gruppo agli uomini che chiedono aiuto. “Purtroppo l’autoinvio è una condizione molto rara perché spesso, l’uomo, non si rende conto di commettere violenza e non crede che ciò possa creare traumi su moglie e figli”, continua Corazzari. Non a caso nel volantino del centro c’è un piccolo test con domande tanto banali quanto importanti ma, se si risponde “sì” almeno a una di esse, potrebbe essere utile contattare il centro. Proprio per questa mancanza di coscienza sui maltrattamenti, la maggior parte degli uomini è spinto dalle compagne a far parte di questo gruppo, che quindi, per prima cosa, affronta un percorso volto al riconoscimento delle violenze, non tralasciando l’aspetto socio-culturale.
E di cultura parla anche Maria Maffia Russo, responsabile del centro di Rimini “Liberi dalla Violenza”, che con quello modenese ha alcune similitudini a partire, appunto, dal nome. “Siamo ancora all’inizio di un percorso che prevede tempi lunghi anche per un problema culturale – spiega Maffia Russo – È impossibile parlare di un rapporto tra donne che subiscono violenza, circa 300 casi l’anno in città, e uomini che ci contattano”. Infatti loro, in un anno, hanno seguito solo 3 uomini (uno con candidatura spontanea, uno perché inviato dalla compagna e, l’ultimo, inviato da un centro antiviolenza). Dei 3, tra l’altro, solo uno è eleggibile alla terapia di gruppo. “Siamo nati un anno fa e, a differenza di Modena, non abbiamo uno sportello d’ascolto ma lavoriamo solo con setting di gruppo”, spiega ancora la responsabile. “Aspettiamo di avere un numero di 8 uomini che abbiamo la consapevolezza che commettere violenza è un problema personale – continua – non possiamo inserire chi, nonostante diversi colloqui iniziali, non riconosce il problema e attribuisce ogni colpa alla compagna”. Qui a occuparsi degli uomini, sono in 3, un assistente sociale e 2 psicologi, un maschio e una femmina. “La scelta è ovviamente terapeutica – conclude Maffia Russo – dobbiamo dare agli uomini la possibilità di confrontarsi con un altro uomo, senza tralasciare la figura femminile”. Il centro, anche qui, fa parte dei servizi dell’Usl della costa romagnola ma, purtroppo, i numeri di accesso sono molto bassi.
Chi invece un contatto con i servizi pubblici lo cerca faticosamente è il Centro Trattamento Maltrattanti di Forlì. “In un anno abbiamo seguito poco più di 10 uomini e molti di loro hanno interrotto il percorso”. A parlare è il responsabile, Daniele Vasari, che, racconta, “spesso ci chiamano per un aiuto immediato, chiedono cure farmacologiche ma di fatto non sono disposti ad affrontare un percorso completo”. Sono solo 2, infatti, gli uomini seguiti da tempo: uno da 4 mesi e l’altro da 7. E continua: “Chiamano nella foga del momento così come commettono violenza. Il nostro centro si ispira al modello di Oslo ma al momento seguiamo solo 3 uomini, un numero insufficiente per formare un gruppo e ci limitiamo ai colloqui singoli”. Lo staff, tutto al maschile, è una pura casualità tant’è che lo stesso Vasari spiega che “ci vorrebbero più donne all’interno della struttura proprio per evitare che negli uomini si rafforzi l’idea che si possono fidare solo del loro sesso e non abbiano un confronto con una donna”.