Intervista a Daniele Vasari su QuestoTrentino

Il mensile di informazione ed approfondimento QuestoTrentino.it pubblica i risultati di un’indagine di opinione svolta tra uomini trentini sulla percezione del fenomeno della violenza di genere.

In una sezione dal titolo “Quando l’uomo violento va in cura” l’intervista al Dott. Daniele Vasari, responsabile scientifico del Centro Trattamento Maltrattanti di Forlì.

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Quando l’uomo violento va in cura

Daniele Vasari

Un poster alla parete mostra una donna rannicchiata, con un uomo sullo sfondo. Una frase mi rimbomba nitida: “Qui abbiamo i vetri antiproiettile!”. Immagini dal centro antiviolenza di Trento, che varcai parecchi anni fa per un’altra inchiesta. Oggi, proprio grazie a questi centri, si è spostato lo sguardo sul maschio da curare.

Franco, un cinquantenne separato con un buon lavoro, ha deciso di mettersi in discussione, iniziando un percorso di rieducazione con il progetto “Lato oscuro” del centro White Dove di Genova. “Non ho mai tollerato ingiustizie o angherie, – spiega Franco – eppure sono un maschio violento. Ho una biografia difficile dove la violenza non è mancata. Ho introiettato modelli sbagliati, iniziando da mio padre che alzava le mani, poi il mio insegnante piuttosto manesco, infine ho subìto qualche abuso da ragazzi più maturi di me”.

Pure Livio, un giovane impiegato, padre di un bimbo piccolo, frequenta il centro da parecchi mesi. Anche la sua storia si riannoda a trascorsi educativi difficili. “Ho sempre avuto un carattere irascibile, – chiarisce Livio – ma non la vedevo come una cosa negativa, perché in famiglia le mani si alzavano senza problemi. Durante i conflitti con mia moglie io urlavo e lei, invece di star zitta, reagiva. Così per farla tacere ho iniziato a sfogarmi fisicamente spaccando ogni oggetto che mi capitava fra le mani”.

Livio e Franco, dopo aver toccato il fondo, hanno capito che la violenza rovina anche la loro persona. Ma sono ancora pochi gli uomini che approdano a questi centri d’aiuto.

“Il mio sogno è vedere molte case ove i maschi possano curarsi. Oggi è la donna che abbandona il tetto perché il marito la picchia. Se cominciasse lui a sentire il vuoto degli affetti affronterebbe prima il problema”. Così esordisce Daniele Vasari, psicoterapeuta e coordinatore del Centro Trattamento Maltrattanti di Forlì. Ho bussato alla sua porta per capire cosa ribolle in questi servizi di cura che stanno germogliando in varie regioni italiane del centro nord.

Quanto è labile il confine tra l’uomo violento e non violento?

“Centri di questo tipo in America sono stati fondati fin dagli anni 70, grazie ai movimenti femministi. Nei paesi nord europei c’è una legge che obbliga l’uomo a questi trattamenti. Qui il problema per molto tempo non l’abbiamo sentito per i nostri retaggi culturali. Manca chiarezza sulla definizione di gesto violento. Altrove lo schiaffo alla moglie o al bimbo è visto come aggressione. Da noi c’è più accettazione. Il padre nella cultura latina aveva il diritto di picchiare moglie e figli a scopo educativo e questo concetto permane tuttora. In Italia non abbiamo lavorato sulla cultura di genere e il femminicidio è attribuito al disoccupato o all’uomo che uccide perché amava troppo. Così il maschio prende le distanze da questa realtà. Alcune ricerche dicono che l’Italia ha numeri contenuti nella violenza rispetto ad altri paesi; io penso invece che si sia denunciato meno. Si pensi che il delitto d’onore fu abrogato solo nell’81. La violenza comunque non ha solo radici culturali, ma tante sfaccettature. Subentrano l’intolleranza alla frustrazione, l’incapacità di raggiungere un successo personale, il controllo dell’altro per raggiungere sicurezze interne. Nei giovani colgo spesso il senso del possesso: ‘Mia o di nessun altro’”.

Come si cura un uomo violento e quali sentimenti affiorano?

“Non dobbiamo considerare l’uomo violento come patologico, altrimenti questi centri non avrebbero motivo di esistere. La violenza è un atteggiamento sbagliato da modificare. C’è chi approda qui per curiosità, altri spinti dalla moglie o dall’avvocato. Alcuni arrivano al culmine della disperazione con un senso di colpa e lasciano dopo poche sedute, quando vedono che la compagna riprende la quotidianità. Quelli che arrivano volontariamente sono motivati e sanno definire la violenza. Chi invece arriva dal carcere solitamente non vuole impegnarsi, vedendo nella prigione l’espiazione della colpa. Spesso il senso di vergogna porta gli uomini a chiudersi, alcuni chiamano quando si rendono conto che il matrimonio è naufragato. Io lavoro sulla gestione delle loro emozioni. Quello che stai facendo non è colpa della moglie, sei tu che non riesci a gestire la rabbia, la frustrazione, i fallimenti. La responsabilità del gesto è fondamentale. Una frase che spesso gli uomini dicono è: ‘Non so quello che mi succede, mi si è spenta la luce’. Magari quel gesto l’hanno sempre fatto, ma iniziano a pensare che non sia più giusto, perché sentono che prende il sopravvento. Io chiedo ai pazienti cosa provano dopo la violenza, di rivedere il loro volto e quello della compagna. E in lei vedono la paura”.

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